venerdì 5 settembre 2008

Roma, ovvero: te metto un dito 'n culo te strozzo.

Qualche mese fa non ci avrei neppure pensato. E devo aggiungere che è qualche mese che mi sono deciso a lasciare Trani per trasferirmi qui. E' capitato tutto così velocemente che se dovessi cercare di ripercorrere i passi delle settimane, dei giorni precedenti il mio trasferimento qui non saprei cosa e come raccontarli; o quasi. Ma non è questo che mi interessa ora.
Ho trovato casa nel XX Municipio, il Quadraro, un quartiere che mi dicono sia nato negli anni sessanta per far fronte alla crescente richiesta di case dovuta al boom economino, e si vede. Manco a dirlo, un quartiere di immigrati, di ogni dove, italiani e non; ma un quartiere borghese, tranquillo, niente a che vedere con le immagini elle perferie romane che qualche tempo fa giravano in tv. Qualche giorno dopo il mio arrivo a Roma una golf bianca con il bagagliaio aperto da cui uscivano collegate a dei cavi due vecchie e un vecchio stornello in romanesco che invitava pugliesi, calabresi, umbri, siculi e piemontesi ad unirsi ai romani, che "più siamo e meglio stiamo". Non so se fosse stato tutto organizzato dal comitato del quartiere per darmi il bevenuto. Ma non sempre buongiorno si vede dal mattino.
  Non conoscevo nessuno e non avevo lo spirito per approcciarmi a nessuno. I ritmi mi sfiancavano, mezzi, tram-metro-bus, scale mobili e non, passi e tempi che non decidi, odori acri di sudore stantio mai sentiti prima varianti al variare del clima, della pressione atmosferica, dell'umidità o che so io,  Roma vista perloppiù sottoterra, fermata metro per fermata metro, e i pochi giri per la città che mi facevo mi facevano sentire un turista sfigato; credetemi, al mattino a vedermi allo specchio mi facevo antipatia da solo.
Poi, come quasi sempre capita, le cose sono cambiate. La partita della Roma, quella con lo Sporting Lisbona (due a uno e gollazzo decisivo di Vucinic), vista in una bettola qui sotto casa, è stata il primo passo per la mia romana renaissance. Non l'università, gli incontri, la città nelle sue apparizioni fuori dalla metro, ma il mio primo vero incontro con i romani e con la Roma dei romani de Roma. Ho riso tutto il primo tempo come un deficente; ho sentito tutto il meglio del repertorio di alcuni quarantenni e cinquanteni e ultrasessantenni (una decina in tutto) che, probabilmente ringalluzziti dalla presenza di uno palesemente non romano ma convintamente romanista, hanno sfoggiato il meglio. Il secondo tempo è stato ancora più spassoso perchè al mio tavolo si era aggiunto un ragazzo del Bangladesh, Munnha, che di romano non ci capiva un cazzo ma che rideva come un forsennato, probabilmente per stare allegro; era solo, peggio, troppo peggio di me.
Di li in poi, forse per coincidenza, forse per aver superato per la prima volta l'ostacolo della solitudine, è andato tutto in discesa.
 Le cose si succedono in maniera strana, e troppo spesso non ci si rende conto che le situazioni che viviamo le determiniamo noi stessi, con il nostro sguardo su di esse, con il nostro ateggiamento; solo da noi stessi. Attribuire la responsabilità a terzi è da vigliacchi, oltre che controproducente. Mi spiego. Il giorno seguente, o poco dopo, sono uscito di primo mattino per andare a comprarmi un giornale. Cosa mai fatta prima, e non so perchè l'abbia fatto. Preso il giornale decisi di farmi un giro per il quartiere. L'ho visto rosso e giallo, i colori dell'autunno, resi chiari da un sole quasi primaverile. Ho visto i fruttaroli, i "pizzicagnoli", le attività di tutti i giorni di un posto come un'altro. Forse non potete immaginare come quelle immagini mi abbiano colpito, come se non le avessi mai viste,  come se fossi in un pianeta sconosciuto e indifferente. Forse non potete immaginare come ci si possa abituare al consueto senza rendersi conto che il consueto emana luce nuova ad ogni sguardo nuovo, di sbieco. Era come se la vita rinascesse dopo che erano cadute le parentesi della mia indifferenza.
E c'è di più: mi sono accorto di una strana tendenza che mi aveva colpito e che mi portava a vedere le cose in maniera del tutto forviante. Roma ad un mese che ci abitavo era già diventata una prigione. Ogni cosa mi era insofferente, la gente, gli accenti, i colori delle facce, i passamano della metro. Roma dopo quella sera in trattoria era diventata come la mia città, quella che in realtà non ho mai avuto (non ponete troppo l'accento su questa frase ma leggetela con gli occhi di uno che si trovava davanti qualcosa di bello dopo più di un mese di brutte sensazioni, perloppiù autoindotte). Mi sono sentito a casa senza conoscene l'ubicazione, la toponomastica, i negozi, le facce, le voci. Non so come spiegarlo meglio, non ho mai avuto sensazioni analoghe nelle città in cui ho abitato fino ad adesso, in cui mi sono sentito sempre un po' alieno, un po' fuori luogo. Qui no, qui ero e sono a casa.  
Caminando per il quartiere, salendo per viale Opita Oppio, via Cartagine e via Selinunte ho potuto notare tra una chiesetta di mattoni e un campetto di calcio, uno spiazzo verde; era proprio verde di erba. Avvicinandomi e girando attorno la chiesetta mi sono trovato difronte una campagna a perdita d'occhio da cui spuntavano, enormi, le rovine dell'acquedotto di Claudio. Folgorato. Il marrone della struttura imponente sul verde vivido del prato e un cielo chiaro come quello estivo e un profumo di terra umida e quella sensazione di casa che si rinnovava ancora più forte. Folgorato. Mi sono seduto sull'erba umidiccia, e ci sono stato il tempo di un paio di sigarette, lente,  le migliori, le più godute, le meno metropolitane delle centinaia fumate in cattività fino ad allora. Non avrei mai pensato di trovare tanta bellezza  a pochi passi da casa mia, intorno a me, e così forte e lieve da penetrare tanto a fondo nella mia esperienza romana. Folgorato.
Sono tornato a casa verso le nove, completamente rinnovato. La fortuna ha voluto che quella sensazione di rinnovamento me la porti dietro fino ad oggi, una continuità insolita per me a pensarci, sempre troppo volubile. Di li in poi, da questi due eventi vicinissii nel tempo, le cose sono andate in discesa. Le mie passeggiate per la Roma dei Fori Imperiali, delle Chiese, dei Musei, del passeggiare fine a se stesso, dei pomeriggi di domenica, portano dietro il ricordo di sensazioni uniche come solo questa città ti sa dare. E i nomi delle strade, che rimangono impressi anche ad uno che ad impararli ci è poco avvezzo come me. E posso anche non passeggiare da solo considerato il fatto che la mia rubrica in poco tempo si è allargata di molto. Ma a volte, chi mi conosce lo sa, preferisco.
 
Ps, la frase al titolo è ovviamente una delle tante sentite la sea di Roma-Sporting (2-1, gollazzo di Vucinic, ricordo). Non è la migliore, ma una delle più ripetute da un signore distinto e una delle più riportabili considerando chi andrà a leggerla.
 
 

Nessun commento: