venerdì 5 settembre 2008

Quello di Duchamp non è un pisciatoio; tra arte mentale e filosofia tecnica.


"Una questione privata", di quelle che non sai se pensarci su a penna o con la tastiera.
"Una questione di qualità", magari si ma...
Dicembre scorso, seguivo un corso di Filosofia della scienza che in realtà poteva benissimo essere uno di Ingegneria elettronica o che so io. Il professore azzarda, dice che Wittgenstein è il filosofo più sopravvalutato del novecento (ah! il novecento!). E poi si lancia in considerazioni aleatorie sulla storia dell'arte: Bach è il migliore, e dire che era pagato dallo Stato come un normale dipendente e, per di più, produceva a ritmi fordiani! Mozart, eh, Beethoven, hi, e poi {...} Duchamp, un pisciatoio ai vertici della produzione artistica del novecento: inammissibile. Spostamento estemporaneo, concettuale. 
{...}
Dovrebbe spiazzare ma gli studenti sono ben piazzati ammutoliti, ammansiti, ammiccanti. Sorrisi qua e la; io ben piazzato mi spiazzo, agorafobico per vezzo, e di necessità faccio virtù.
Azzardo: ma quello di Duchamp non era un pisciatoio! Cade la prima: energico tentativo neutralizzato da una prevedibele restistenza alla seconda legge della termodinamica. Lo stato rimane ordinato. Intanto il pisciatoio fa breccia in qualche cuore ritardatario; adesso anche i meno avvezzi alle faccende dell'arte ricordano quella pagina in cui nell'ultimo volume del manuale di storia dell'arte, agognata ora d'aria delle superiori, campeggiava una foto strana, inattesa e curiosa, di un pisciatoio. Sorrisi ebeti, tipici alle battute dei docenti; rimango basito.
Irrigidico i reni: ma quello di Duchamp non era (ho la loro attenzione, rallento) un pisciatoio... Il professore replica veloce e per nulla sorpreso che non era sua intenzione aprire questioni di nessun tipo sull'arte, materia che nn è di sua competenza, aggiunge. Scongiurata ancora la possibilità che aumenti il livello d'entropia, si torna a parlare dei "frame" e delle procedure di riconoscimento degli oggetti "del mondo" da parte di un robot programmato a rispondere a degli impulsi che provengono dall'esterno. Sospiro con un tono autoreferenziale di inutile superiorità spirituale: un robot piscerebbe sul ventre della propia madre.* E siccome non mi basto mai aggiungo: magari lo farei anch'io!*
Dev'essere opera assai ardua per certi cervelli da filosofia analitica comprendere la svolta mentalista del DADA[DA]. E non solo purtroppo, e qui penso all'assessore Sgarbi.
Dalla supremazia dell'oggetto a quella del concetto. Dall'arte retinale a quella concettuale. Ed è ovvio che l'arte dadaista, sberleffo alle modalità di fruizione del'opera borghese (più Simon Wilson che Theodor Adorno), venga apprezzata come un ghigno, una smorfia, una stortura.  
L'arte come fatto mentale.
La filosofia come sapere tecnico, o meglio, al servizio della tecnica.
"Una formalità".
 
Appendice.
C'è uno scultore californiano, tale Clark Sorensen, che si sta facendo una barca di soldi vendendo pisciatoi d'artista, pisciatoi fatti ad arte, opere d'arte da fruizione estetica borghese, giusto per ripredere quanto detto sopra. Qui a lato, nella sezione foto, ho riportato un paio di suoi pisciatoi, e dopo l'opera di Duchamp. Forse nelle immagini è meglio espresso cio che ho cercato di dire.
 
 
 
*Il riferimento è alla scritta R. Mutt, apposta da Duchamp sull'orinatoio in questione, che racchiude la chiave di lettura dell’opera. Anteponendo il cognome all’iniziale del nome R abbiamo la parola Mutter, madre in tedesco. La forma dell’orinatoio ricorda, infatti, la forma di un bacino femminile.
*Il riferimento qui è a uno stato di demenza che mi prende quando mi rendo conto di essere attore principale, critico e pubblico delle mie performance da fuori quota.

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