Ho letto l'articolo di Repubblica ed ho provato subito un po' di disagio al pensiero di stare provando le stesse sensazioni che probabilmente avrebbero provato buona parte dei tranesi. Gradualmente sono andato convincendomi che così non sarebbe stato, che alla rabbia sopraggiungeva la nausea; capirete perchè.
Ci sarebbe molto da dire e molto su cui discutere: sull'immagine di Trani decadente, sui giochi, sull'apparente campanilismo dietro il lamentarsi di investimenti "stranieri", sul confronto tra gli intervistati barlettani e quelli tranesi. Ma alcune cose in particolari meritano di essere evidenziate. Ecco.
Frasi ovvie, banali, grottesche, unte d'olio di un pranzo "squisito", menù di mare immagino, e immagino i volti intorno a quel tavolo, compiaciuti e pingui, di chi per mestiere fa il giornalista di uno dei massimi giornali italiani e di chi per mestiere non so bene cosa faccia, ma che di certo è rappresentante illustre della borghesia illuminata e snob, roba da "porcaccioni" direbbe un filosofo francese. Un'immagine che avrebbe ispirato certamente il nostro Luigi Chiarelli.
Frasi al limite del demenziale quelle riportate dal giornalista, soprattutto alcune, cariche d'eccesso grottesco, anche questo tranesissimo ma non chiarelliano, come l'immagine antonioniana della cattedrale che salta in aria (Trani blowing up!) , come se ciò bastasse a squotere i tranesi; una provocazione scrive il giornalista. Una cazzata penso io, che però non sono nessuno. Una cazzata forse dettata dall'emozione di stare parlando con qualcuno che poi quelle frasi le avrebbe fatte leggere a mezz'Italia, uno importante insomma, davanti al quale è bisogna fare vedere di essere bravi anche con le frasi ad effetto, di non meritare il purgatorio della periferia se non per libera scelta. Come resistere quindi alla tentazione di rendere noti a tutt'Italia quei sentimenti di comoda insoddisfazione in cui così beatamente si crogiolano alcuni tranesi? Tentativo miseabile ma dal gusto esotico, paesano, caratteristico come le reti a riposare sulle banchine.
Eppure se ci pensate quelle frasi hanno, forse non solo apparentemente, un forte contenuto di verità, inconsapevole e potente come quello delle opere d'arte: chi non le ha mai pensate? e soprattutto, chi le potrebbe smentire? anche Tarantini non ha saputo fare di meglio che salvaguardare l'immagine di Trani "bacchettando" Repubblica. Ma nelle sue parole non si smentisce alcunché; al massimo si giudica, giustamente, un comportamento inopportuno e pressapochista da parte di alcuni suoi concittadini e di un giornalista che è venuto qui in gita, ha passato delle belle ore, ha mangiato "divinamente" e poi ha utilizzato lo sfogo personale degli illustri interlocutori per avvalorare una tesi che quel gornale porta avanti da anni: l'inutilità dell'istituzione della nuova provincia. E loro ci sono cascati, distratti probabilmente dal desiderio di togliersi qualche sassolino fastidioso, a salvaguardia del confort naturalmente, e spinti dalla volontà di trovare una buona eco nazionale ad alcuni pensieri sicuramente ritenuti intelligenti e degni di essere resi ad un più vasto pubblico. Sicuramente c'era da spettarsi di meglio.
Ad ogni modo sono portato a pensare che i tranesi siano sostanzialmente d'accordo con l'immagine che ha preso forma da quel banchetto, o comunque ci si rivedono non poco. D'altro canto a fornirla è un gruppo di tranesi, di buona cultura, ben radicati, che il paradigma della tranesità lo hanno assunto e metabolizzato fino a farne uscire quanto di meglio: una critica alla Trani dei tranesi fatta alla maniera dei tranesi. Il senso è lo stesso, sia se il discorso lo si fa su Repubblica o in Piazza della Repubblica. Adesso però ne discutiamo, ne parliamo e citiamo indotti da "autorità". In fin dei conti un pur piccolo merito doveva pure averlo quell'intervista.

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